“De do do do, de da da da
Is all I want to say to you
De do do do, de da da da
Their innocence will pull me through”
(De do do do, de da da da, Police)
Questo post parla di incomprensioni.
Se state leggendo questo post, avete, o state avendo in questo preciso istante, una minima idea dello stile in cui scrivo.
Bene, è approssimativamente lo stesso stile con cui parlo.
Non di rado quindi ho avuto problemi a far comprendere all'uomo medio ciò che sto dicendo.
Più o meno verso l'adolescenza ho dovuto imparare qualche parola di dialetto, per comunicare con alcune fasce di popolazione che, ahimé, non comprendono l'italiano. E fondamentalmente l'ho fatto per non fare paura agli altri. Il diverso fa paura, e nella profonda provincia italiana, una persona che non parla almeno qualche parola di dialetto è un diverso.
Io di solito parlo poco. Ascolto molto, incamero, rifletto, il più delle volte dimentico in un tempo brevissimo quello che mi è stato detto perché durante tutto il discorso che mi è stato fatto mi sono concentrata su un dettaglio insignificante, che so, un capello fuori posto dell'interlocutore, una cadenza piacevole, un intercalare, un congiuntivo sbagliato...Per questo si comprenderà che ho grossi problemi di comunicazione. Diciamo che ho un ascolto empatico: se mi si vuole far capire qualcosa bisogna modulare il tono di voce, come per i cani. Tono incazzato = rabbia, tono allegro = felicità, tono apatico = noia, e via discorrendo.
Quando poi tocca a me parlare, i problemi si fanno via via più insormontabili. L'italiano medio mal digerisce l'italiano, e quando si trova di fronte a qualcuno che lo parla come se fosse appena uscito dall'Accademia della Crusca, la frase che presumibilmente gli dirà è la seguente:
“Non sei di qui, vero?”
Mi sono sentita dire questa frase pressoché ovunque. Con il risultato che, oltre a sentirmi straniera pressoché ovunque, quando esprimo un concetto mi tocca ripeterlo più volte. E con l'ulteriore complicazione che, per venire incontro alle carenze linguistiche dei miei interlocutori mi costringo a semplificare l'articolazione delle mie frasi riducendole all'osso. Ma poiché questo per me è uno sforzo immane, molto spesso balbetto, e altrettanto spesso getto la spugna e rinuncio ad esprimermi.
Capirete quanto questa situazione mi risulti incresciosa e frustrante.
Negli ultimi tempi, come se non ci fosse limite allo sfacelo, oltre che a disimparare l'italiano sembra che l'uomo medio stia lentamente rimuovendo dalla sua memoria anche le leggi basilari della logica. La tendenza generale è quella di un ritorno all'espressione primordiale, alle frasi soggetto-verbo-complemento, senza inutili implicazioni delle cellule cerebrali.
“La pasta è buona”,
“Il sole è caldo”,
“Il gatto mangia il topo".
O meglio, alla più logica forma della stupidità, alla più piatta ridondanza di significato. Alla sana e rassicurante ripetitività della tautologia.
Meglio rimanere zitti, và.
* citazione iniziale di Jorge Luis Borges.