Ovvero pantere a piede libero ed altri avvenimenti di cronaca sannitica
"Si potrebbe andare tutti quanti allo zoo comunale
- Vengo anch'io. No, tu no -
per vedere come stanno le bestie feroci
e gridare aiuto, aiuto è scappato il leone
e vedere di nascosto l'effetto che fa"
(Vengo anch'io [no, tu no], Enzo Iannacci)
Se vivete in una grande città, finirete per sentirla nominare al TG un giorno sì e l'altro pure, tra torbidi fatti di cronaca nera, luccicanti eventi mondani, curiosità, cronaca giudiziaria; o semplicemente perché quando i giornalisti si recano a fare interviste alla gente sull'aumento dei prezzi, il riscaldamento globale o il disagio giovanile, non si degnano certo di chiedere il parere degli abitanti di Villacidro, Roccabascerana o Roncobello, ma optano comprensibilmente per Napoli, Roma o Milano.
Quindi chi abita in una piccola provincia reietta dai cronisti vive nel torpore, sperando che sia vero che, come dice il poeta, “non tutti nella capitale sbocciano i fiori del male”, il che significherebbe che prima o poi anch'essa balzerà agli onori della cronaca nera.
Io vivo in una di queste provincie. Una provincia in cui l'evento mondano del mese è la “Festa del Baccalà". Una provincia in cui l'ultimo avvenimento catalizzatore di attenzione è stato l'arresto in massa della famiglia del Presidente della Regione, dell'intera giunta comunale, e anche di un paio di operai dell'Enel che si trovavano a passare per di là.
Eppure, insperato quanto improvviso, si è verificato
l'evento.
Non nacque come una di quelle notizie che esplodono come un colpo di cannone, non fu reso subito pubblico, non giunse immediatamente agli orecchi di qualche redattore annoiato che ne fece lo scoop del giorno. Piuttosto, serpeggiò come un pettegolezzo. Pochi lo sapevano, e lo confidavano sottovoce con poca dovizia di particolari solo ai più intimi. Insomma, più che uno scoop era un segreto.
Ma nelle piccole città, si sa, un segreto può rimanere tale solo per un tempo molto piccolo.
Finché un accorto telecronista di Mediaset viene a conoscenza del fatto eccezionale, e ne fa un servizio nell'edizione delle 13.00, dando rilevanza nazionale al grande avvenimento: un'enorme pantera, dico, nientemeno che una pantera nera (Panthera pardus, in media 75-90 cm di altezza al garrese per 80-100 kg di peso), solitamente diffuse nelle foreste della Cina sudoccidentale, del Myanmar, del Nepal, tutt'al più nell'Africa tropicale o in India, si aggira per i placidi campi del Beneventano. Nessuno sa da dove venga e dove vada l'animale. Nessuno sa se fosse l'attrazione di un circo, o piuttosto di un giardino privato di qualche riccone locale.
Fatto sta che una tale mobilitazione di uomini e di mezzi non s'è mai vista nelle campagne sannite dai tempi della Seconda Guerra Mondiale: il servizio del TG5 mostra frotte di agenti della forestale, carabinieri, dirigenti di enti locali, persino tranquilli agricoltori fino a poco prima impegnati nella raccolta delle olive, intenti a battere i campi alla ricerca del misterioso felino e posizionare nei luoghi più improbabili bocconi soporiferi per catturare la bestia.
Il panico serpeggia tra i residenti; le madri tengono i bambini in casa; gli allevatori rinchiudono il bestiame. Le segnalazioni di grosse pantere che banchettano qui e lì si moltiplicano e al nero leopardo vengono attribuiti i crimini più efferati, dalle razzie nei pollai fino all'uccisione di pecore. Gli esperti giurano di non aver visto ancora un solo animale domestico che presentasse i segni dell'aggressione di un animale più grosso di una volpe o di un cane randagio, ma poco importa, la psicosi ormai dilaga e la
pantero-fobia s'è impadronita degli animi degli indomiti beneventani, che non si arrenderanno finché la bestia non sarà definitivamente messa in condizione di non nuocere ad alcuno.
I telecronisti ed il fiero popolo sannita sembrano non essere neanche sfiorati da qualche dubbio che alla sottoscritta s'è posto più e più volte:
1) Da dove diavolo è spuntata fuori questa pantera? Possibile che tutte le forze dell'ordine siano tanto impegnate nella ricerca da non essersi soffermate neanche una mezz'ora a fare delle indagini su chi e come possedesse l'animale?
2) Certo, non si tratta di una animale autoctono. Quindi è un animale cresciuto in cattività. Quindi, è un essere abituato fin dalla sua più tenera età ad essere nutrito dalla mano dell'uomo. Quindi è un animale del tutto incapace di procurarsi del cibo (a meno di non avvicinarsi pericolosamente al centro abitato per rovistare nei cassonetti, ma in tal caso gli avvistamenti sarebbero stati un tantino più frequenti). Come cavolo ha fatto l'animale a sopravvivere per circa un mese (che io sappia) vagando indisturbato nonché digiuno tra le campagne dell'avellinese e del beneventano?
3) Ipotizzando anche che la bestia si stia nutrendo di cavallette e radici selvatiche, nessuno ha notato che la vicenda presenta inquietanti tratti di somiglianza al grande novero delle leggende metropolitane? Tipo, coccodrilli nelle fogne, draghi in formalina,
cinesi che mangiano feti e via discorrendo...
Invece no. Il popolo è tanto coinvolto nella foga dello pseudo safari, che una come me rischia il pubblico linciaggio anche solo a pensare che fin dal primo avvistamento della terribile fiera, altro non trattavasi che di un gatto un po' obeso...
Buona caccia, concittadini!