“La casa la chiesa, a modo e per bene
campana che suona
la notte che viene...
cattolico decoro, cattolico decoro...”
(L'ora delle tentazioni, C.S.I.)
Certe volte la gente si chiede cosa sia l'arte. C'è chi se lo chiede di fronte ad
una pila di barattoli di zuppa di pomodoro Campbell. C'è chi se lo chiede di fronte a
una valanga di pallette colorate che franano dalla scalinata di Trinità dei Monti. C'è chi, invece, se lo chiede di fronte ad una statua realistica di Cristo ad altezza naturale. Realizzata da tal Cosimo Cavallaro, fino a una settimana fa sconosciuto artista italo-canadese quarantasettenne, probabilmente destinato a invecchiare senza aver raggiunto l'apice della sua gloria. Invece oggi è quest'opera a regalargli la notorietà.
Opera la quale ha suscitato un'ondata di cattolico e pudico sdegno da parte dei cristiani di tutto il Nord America. Perché? Perché trattasi di un Cristo di 90 kg di cioccolato purissimo, nella posizione della crocifissione, secondo l'iconografia tradizionale. Nulla di nuovo, se si valuta che la statua (intitolata, con un doppio senso di dubbio gusto,
My sweet Jesus, ovvero “Mio dolce Gesù”), è solo l'ultima di una lunga serie di santi, martiri e madonne realizzate dal poliedrico artista, se non fosse per un particolare anatomico che ha fatto infuriare i prelati. Ebbene sì, il
Cristo di Cavallaro è nudo come un verme.
Il concetto di blasfemia è una materia ben strana di cui parlare con un uomo di chiesa. Ma non mi faccio carico di sondare i motivi per cui debba scandalizzare il fatto che il figlio di Dio (fattosi uomo come si sostiene) avesse un pene. Non me ne faccio carico perché altrimenti si finirebbe a parlare dei “braghettoni” aggiunti da Daniele da Volterra al Cristo del Giudizio universale, nudo anch'esso. E non voglio mischiare opere dal fascino e dalla potenza capaci di infondere la più profonda commozione in chi le guarda, con dei discorsi sulle mere provocazioni di un sedicente artista frustrato dal proprio anonimato.
In sé, un tale spreco di cioccolata ha suscitato in me un'indignazione comparabile a quella dei prelati davanti al “divin genitale”. E sarei curiosa di sapere con quali astruse associazioni di idee sono arrivati a imbastire critiche all'artista blasfemo, colpevole di suscitare doppi sensi, analogie e desideri inconfessabili nell'umana imperfezione.
Quella che però considero un omicidio dell'arte è averne fatto un fenomeno costituito in parti uguali da sfrontatezza e provocazione (più o meno come una soubrette a cui “casualmente” spunta fuori un capezzolo durante una trasmissione).
Certo la provocazione è componente inscindibile di un'espressione artistica, ma dove sono finite la passione, il sentimento, il “divino furore”? E soprattutto come possono esistere persone capaci di credere che l'arte consista davvero in ciò a cui i media danno risalto?
La reazione dei prelati offesi davanti ad una simile (dicono) blasfema rappresentazione è poi alquanto grottesca. Di certo un clero che si lascia andare a pubbliche manifestazioni di risentimento, ed un pubblico credente che si costerna, s’indigna, s’impegna, costituiscono una notevole cassa di risonanza mediatica per il Cavallaro.
Può essere che un pene non sia volgarità, un Cristo di cioccolata non sia sacrilegio. Magari volgare e sacrilego è l'aver ridotto un'espressione dell'animo umano a un fenomeno di costume.
“Well its got to be a chocolate jesus
Make me feel good inside
Got to be a chocolate jesus
Keep me satisfied”
(Chocolate Jesus, Tom Waits)
La solerzia di mia madre nel servire la pastiera mi comunica un messaggio inequivocabile: è Pasqua. Tra le feste tradizionali un po' bistrattata, sicuramente dimenticata dai più, a differenza di un Natale globalizzato ed invadente.
Ma d'altra parte, che può avere di bello la Pasqua?
Già di suo è la commemorazione di un evento triste, perché per quanto seguito da una risurrezione, si tratta sempre di un funerale; ogni anno i credenti sembrano stare sulle spine fino al sabato santo, perché magari quest'anno ci sarà un
coupe de théatre. Invece la Pasqua è un po' come il Festival di Sanremo, si sa già come va a finire, chi sono i protagonisti e che inevitabilmente il regalo consisterà in un uovo.
Quando eravamo bambini, la Pasqua era un po' la sorella zitella del Natale, con le sue vacanze brevi, che duravano una misera settimana, niente regali e una serie interminabile di obblighi sociali da onorare.
La Settimana Santa era funestata da interminabili funzioni religiose, intervallate da estenuanti sperpetui canori in latino, il tutto culminante nella Via Crucis: un calvario su per una salita che porta al colle più alto del paese, pendenza 20%, umidità 99%, temperatura -5° Celsius, con con il ragazzino dietro che ti pesta il calcagno ad ogni passo e quello davanti affetto da una insostenibile flatulenza. Roba che in confronto era meglio portare il cilicio un paio di giorni. E si consideri che il venerdì santo è giorno di digiuno.
Ci svegliavamo all'alba della domenica con una mostruosa crisi d'astinenza da zuccheri, perché i dolci ci erano vietati nel periodo di penitenza, ansiosi di aprire il nostro uovo di cioccolata.
Ogni parente che rendeva omaggio alla famiglia recava in dono, inevitabile come la morte, il tondeggiante dazio di cacao, che sembrava celare un tesoro di inestimabile valore nel suo ventre. La mamma lo metteva da parte in fila con gli altri intimando minacciosa:
“Prima di aprire un altro, finisci quello che hai già rotto”. E, per ingordigia, per curiosità, per spirito di avventura, il piccino consumava tutto l'uovo prima di passare a quello successivo, nella speranza di trovare finalmente una sorpresa che riuscisse a sorprenderlo; speranza tradita quando, dall'ampia cavità di cioccolata dell'uovo successivo, spuntava:
a) una macchinina (nell'uovo di una bimba)
b) una collanina con il ciondolo a cuore (nell'uovo di un bimbo)
c) un temperamatite di una forma improponibile (unisex, sebbene non riscuota grande successo tra nessuno dei due sessi)
Si andava avanti così più o meno per tutta la giornata. Al tredicesimo parente solo al sentir nominare la cioccolata eri sul punto di dare di stomaco e rinunciavi al piacere della scoperta.
I tempi cambiano: i giocattolai cercano di rendere questa festa meno invisa ai più piccini, lanciando sul mercato delle uova di plastica enormi e piene di giochi, come se fossero state deposte da un brontosauro targato Mattel. Le uova sono personalizzate in base a che si tratti di un maschietto o di una femminuccia e per comprarle i genitori accendono un mutuo. E non c'è neanche un grammo di cioccolata.
Al posto della Via Crucis, si guarda
La Macellazione di...ehm, volevo dire
La Passione di Cristo di Mel Gibson alla tivù: tre ore di raccapricciante spargimento di sangue, rigorosamente in aramaico sottotitolato, volutamente esasperato nelle scene di violenza. Un Cristo che nella prima mezzora perde il doppio del sangue che è contenuto in un corpo umano medio. Per un ragazzino sarebbe più educativo Non aprite quella porta.
I dolci tradizionali di Pasqua non esistono più. L'altro giorno a La prova del cuoco un sedicente chef ha creato un (a suo dire) originale e gustoso esempio di arte culinaria mettendo in mezzo uovo di cioccolata della panna e qualche fragolina di bosco. Ma va? Allora so cucinare anch'io!